04 marzo 2009

I cinesi dove sono? ...

Anche se in ritardo, visto che sono senza far niente, (fuori piove); c'è questo articolo del "corriere fiorentino" che fa capire noi gente di Prato, poco inclini alla lotta e orgogliosi del nostro saper fare.

Il corteo silenzioso di Prato. Senza cinesi
In ottomila attorno allo striscione tricolore lungo un chilometro: «Non saremo l'Alitalia, ma facciamo volare la moda»


La gente rimasta in casa si affaccia dalle finestre. I commercianti escono dal negozio e quasi increduli, scattano foto. I vigili urbani fermi agli incroci fanno il saluto al passaggio dei Gonfaloni. Prato si è fermata per una mattina intera.

IN PIAZZA. Il cuore della città è stato pedonalizzato, transennato, per far passare lungo le vie del centro e oltre, il tricolore dei record e gli ottomila pratesi che senza grida, senza cori, fanno quello che non hanno mai fatto prima: scendere in piazza, ritrovare unità e identità, stringersi attorno allo striscione lungo un chilometro cucito e assemblato a regola d'arte. A fine mattinata anche gli uomini della questura ammetteranno di «non aver mai visto una roba del genere» nella città degli stracci.

LA MANIFESTAZIONE. Poco importa se il ministro Renato Brunetta nel pomeriggio, da Arezzo, dirà che «scendere in piazza non serve a nulla». Il messaggio da Prato è partito. Ed è un piccolo striscione — uno dei pochi — scritto con un pennarello nero dai ragazzi dell'istituto Buzzi (circa 200 alla testa del corteo) a rendere l'idea di quanto orgoglio e passione riesca ancora a nutrirsi il distretto tessile, in assenza di mercato: «Non saremo l'Alitalia, ma facciamo volare la moda». I pratesi non amano proclami o minacce. E ieri, a parte il tricolore, non c'erano nemmeno le bandiere (ad eccezione dei 15 Gonfaloni dei Comuni limitrofi e degli antichi rivali di Biella e Carpi). Nessuno stemma di partito, pochissimo rosso (Cgil), poco bianco (Cisl) o azzurro (Uil). Dal palco allestito in via Mercatale (con la gente arrivata alle 9) gli altoparlanti sparano le canzoni di Fabrizio De André. Sotto il palco c'è il vuoto. Ai lati della piazza circondata dallo striscione dei record — su cui è ripetuta all'infinito la frase «Prato non deve chiudere» — le prime centinaia di persone. Il cantante, abituato a ben altri palcoscenici, chiede di avvicinarsi.

GLI APPELLI. L'appello non funziona nemmeno quando sul palco saliranno gli oratori di «professione»: i politici (il sindaco Marco Romagnoli, il presidente della Provincia Massimo Logli e i parlamentari pratesi, Riccardo Mazzoni, Antonello Giacomelli e Andrea Lulli) e i rappresentanti delle categorie, tra cui il presidente degli industriali Riccardo Marini e quello di Confartigianato Stefano Acerbi. Da tutti parte l'appello a governo e banche. Gli applausi non sono così calorosi, ma in fondo la cosa più riuscita è la manifestazione. Manifestazione a cui sono totalmente assenti i cinesi, se non l'imprenditore Xu Qui Lin, per tutti Giulin. Per tutta la mattina non ne abbiamo incontrato uno nemmeno lungo il tragitto del corteo. L'unico che davvero si fa notare è Fabio Giusti, 56 anni, titolare della tintoria Fantasia, 62 dipendenti, una decina in cassa integrazione. Sulla testa regge il cartello «il made in Italy siamo noi»: «Sono in piazza accanto ai miei dipendenti». La brutta notizia è che da domani, dice la Cgil, oltre 1.100 lavoratori dell'artigianato «corrono il rischio di restare senza reddito perché il governo non ha rifinanziato la cassa integrazione straordinaria». In otto anni nella Fiat del tessile italiano — che proprio come la Fiat o Alitalia vorrebbe l'attenzione dal governo, «a cui chiediamo misure per gli ammortizzatori sociali », dice Marini — hanno chiuso quasi duemila aziende. Una strage. Due donne in bicicletta guardano il grande corteo che sfila sotto i loro occhi. Una racconta: «Ieri ho incontrato Marco, quello che era in classe con i nostri figli. Era sconvolto, dal 31 dicembre è a casa. L'azienda ha chiuso».

Alessio Gaggioli (ha collaborato Agata Finocchiaro)
01 marzo 2009(ultima modifica: 02 marzo 2009)


...A LAVORARE! (i cinesi)

2 commenti:

mrm ha detto...

la cosa surreale è che il mercato in pratica siamo noi che compriamo, e potremmo fargli fare quello che ci pare. e invece va tutto al contrario. come se nessuno si rendesse conto che comprando wal-mart (per dire) si taglia le gambe da solo, risparmia due lire ma alla fine per lavorare può solo fare il commesso a wal-mart...
non che sia facilissimo: io sono mesi che ho davvero necessità di trovare tessuto per rifarmi le lenzuola e qui in giro riesci magari a trovare tessuti della zona, ma il filato viene dalla cina. ma tengo duro porca vacca.

Harlock ha detto...

Dicono che siamo noi razzisti.
Ci sono operai albanesi, rumeni, pakistani, che lavorano nelle tessiture con noi italiani, ma non ho mai visto un cinese.
Non siamo noi che ci barrichiamo nei magazzini dove è possibile entrare solo se sei un cinese.
In poco tempo sono passati, dall'apino 50 al SUV, non li ho mai visti con una FIAT.

...mmh il lino è solo cinese ormai, tessuti con filato italiano sono una rarità:-/